INDUSTRIA 4.0: CHE COS’E’ E QUALE IMPATTO SULL’OCCUPAZIONE

Industria (o Impresa) 4.0, Quarta rivoluzione industriale, Internet of Things (Iot). Queste definizioni sono entrate nel linguaggio comune e attirano investimenti milionari e piani governativi con la regia dell’Unione Europea. In Europa sono scattati una serie di progetti per trasferire la quarta rivoluzione industriale sul tessuto imprenditoriale, con obiettivi e nomi abbastanza simili: Industrie 4.0 in Germania, Industrie du Futur in Francia, Smart Industry nei Paesi Bassi e Catapult – High Value Manufacturing nel Regno Unito. Con le differenze tecniche del caso, si parla principalmente di incentivi fiscali e finanziamenti per le imprese che si aggiornano secondo i modelli di connessione e integrazione digitale.

Cosa significa Industria 4.0 e come si applica alla realtà produttiva, giustificando pacchetti fiscali e strategie congiunte per spingere sulla digitalizzazione della manifattura? Con Industria 4.0 si intende un modello di produzione e gestione aziendale. Secondo una definizione che ne dà il Ministero dello Sviluppo Economico (Mise), gli elementi che caratterizzano il fenomeno sono connessione tra sistemi fisici e digitali, analisi complesse attraverso Big Data, adattamenti real-time. In altre parole: utilizzo di macchinari connessi al Web, analisi delle informazioni ricavate della Rete, possibilità  di una gestione più flessibile del ciclo produttivo. Le tecnologie abilitanti spaziano dalle stampanti 3D ai robot programmati per determinate funzioni, passando per la gestione di dati in cloud e l’analisi dei dati per rilevare debolezze e punti di forza della produzione. I benefici attesi sono di avere maggiore flessibilità attraverso la produzione di piccoli lotti ai costi della grande scala; maggiore velocità di passaggio dal prototipo alla produzione in serie attraverso tecnologie innovative; maggiore produttività attraverso minori tempi di set-up, riduzione errori e fermi macchina; migliore qualità e minori scarti mediante sensori che monitorano la produzione in tempo reale; maggiore competitività del prodotto grazie a maggiori funzionalità derivanti dall’Internet of Things. Il presupposto è che si parla di un segmento con un valore di mercato notevole, almeno secondo le analisi pubblicate. Uno studio di Markets&Markets, società di ricerca statunitense, si spinge a stimare un valore complessivo di 152 miliardi di dollari entro il 2022, con un tasso di crescita annuo composto (crescita percentuale anno per anno) del 14%.

In Italia, secondo una ricerca di The European House Ambrosetti, il giro d’affari si ferma a 1,8 miliardi di euro nel 2016. L’Italia, come al solito, è in ritardo rispetto agli altri Paesi. Siamo il secondo Paese manifatturiero d’Europa e anche al secondo posto come numero di robot industriali installati, tuttavia buona parte dei macchinari delle nostre fabbriche hanno più di 20 anni e la maggior parte non sono integrati con sistemi di elettronica e informatica. L’Italia è inserita nella parte bassa della classifica dell’European Innovation Scorebord (indice di valutazione della Commissione Europea di quanto i vari Paesi siano al passo con i tempi). Soltanto nel Settembre 2016 il Governo ha presentato le prime misure, inserite nella legge di Stabilità 2017, incentrate soprattutto su agevolazioni fiscali per rilanciare gli investimenti; tra gli obiettivi fissati dal Mise nel suo Piano Nazionale Industria 4.0 si punta inoltre a mobilitare, tra investimenti pubblici e privati, fino 90 miliardi di euro circa entro il 2020. Il ritardo da colmare è sia sulle infrastrutture sia sul capitale umano: mancano manager e professionisti con le qualifiche adatte.

E’ ancora il piano nazionale Industria 4.0 a porsi come traguardo 200mila laureati nel settore e 3000 manager specializzati nei temi dell’Industria 4.0; non basta investire sulle macchine connesse ma bisogna avere professionisti e lavoratori capaci di muoversi all’interno dei nuovi sistemi. Tuttavia c’è il rischio concreto che queste figure professionali, una volta formate, vadano a lavorare all’estero in mancanza di sbocchi occupazionali. Un altro grosso quesito che pende sull’Industria 4.0 riguarda l’occupazione. I timori sulla robotizzazione dei lavori hanno dato vita a indagini con risultati diversi, dall’ormai celebre stima del World Economic Forum sui 5 milioni di posti cancellati dalla digitalizzazione a proiezioni più positive, ad esempio sulle carriere che possono essere generate dal cosiddetto Internet of Things: la connessione e interconnessione di dispositivi e macchinari. Il rapporto appena pubblicato sul tema dalla Commissione lavoro del Senato (Impatto sul mercato del lavoro della quarta rivoluzione industriale) evidenzia una quota del 10% di lavoratori che rischiano di essere sostituiti da robot, mentre il 44% dovrà modificare le sue competenze. Marco Taisch, docente alla School of Management del Politecnico di Milano dichiara che lavorare nell’Industria 4.0 non equivale, necessariamente, ad essere sostituiti. Si tratta di aggiornare le competenze: domani ci sarà bisogno di interagire con la macchina, ad esempio con la capacità di leggere i dati raccolti. Il problema è capire quanti e quali lavori saranno generati. Quanto alle professionalità in sé, sono già  emersi alcuni lavori creati o rinnovati radicalmente dall’industria tecnologica. Solo per restare sui profili più manageriali, un’analisi del portale Usa TechCrunch cita figure come Chief Internet of Things office (un manager con supervisione sullâ’impiego dell’Iot in azienda) e Iot Business designer (responsabili dello sviluppo di strategie che includono i dispositivi connessi). La domanda attuale, però, si concentra su ruoli già codificati e con una richiesta in ascesa su scala internazionale: analisti del business digitale, esperti di cybersicurezza, hardware engineer e sviluppatori, capitale prezioso quando si tratta di riconvertire aziende esistenti secondo i canoni del digitale e dell’industria connessa.

di Angelo Coffa

By | 2017-11-14T23:07:21+00:00 14/11/2017|Creatività, Economia, Futuro, Lavoro|

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